Open Day

Une réflexion (en langue italienne) sur les dynamiques de classe au lycée. Une traduction viendra bientôt...

Al secondo piano del liceo, è possibile notare un’epigrafe discreta. È murata all’ingresso di un’aula, fra le tante:
Marco Biagi. Giuslavorista e uomo esemplare.

Le lapidi definiscono bene il perimetro dei valori a cui bisogna aderire. Legittimo chiedersi, poiché siamo soggetti politici, in cosa sarebbe esemplare il protagonista di alcuni fra i più rilevanti progetti di precarizzazione del mercato del lavoro in Italia. Un tecnico assai politico da sempre vicino ai potenti, ucciso nell’ultimo atto di violenza di un partito armato oramai decimato dagli arresti, privato delle proprie colonne portanti e di un chiaro indirizzo ideologico. Sono domande complicate, quasi impossibili, da serbare forse per tempi diversi da questi.
Ma non vi è solamente la lapide di un uomo esemplare ad occupare le pareti di questo grande e antico liceo del centro di Bologna. Ci sono molte altre lapidi, posizionate come a definire una toponomastica possibile, che si alterna agli scabri codici da battaglia navale (A2, B10, C1) delle aule in cui si fa lezione al mattino. C’è un’aula Zangrandi, dedicata alla memoria di una scrittrice partigiana, autrice di un toccante diario resistenziale, I giorni veri; e un’altra scrittrice partigiana, forse più celebre, Renata Viganò, mitologica autrice del romanzo neorealista L’Agnese va a morire. E così via, per tentare ricostruire le genealogie di chi da questo liceo è passato come studente o insegnante, alla fine dell’Ottocento e poi lungo tutto il secolo breve: Pascoli e Carducci, poi Arcangeli, Bacchelli e Galvano della Volpe, qualche sparutissima alunna, molti alunni, quasi sempre di genere maschile che hanno saputo distinguersi, farsi strada nella società, anche loro « esemplari » fra migliaia di mediocri.
Non è un caso che le aule siano associate ai nomi di alunni illustri, di cui si sceglie di evidenziare l’esemplarità. Anche l’ENA francese ogni anno intitola le proprie promotions a un illustre protagonista della politica nazionale o internazionale, Jean Monnet o Simone Veil ad esempio, non per forza alunno di questa École che forma futuri ministri e alti funzionari. Ho ritrovato pratiche memoriali analoghe solamente in ambito universitario, raramente (a mia memoria) in un liceo. Negli anni alla Normale di Parigi, si faceva lezione in Salle Simone Weil o in Salle Aimé Césaire. Un modesto ritratto della filosofa, la sua ombra e la sua grazia, vegliavano su noi durante le esercitazioni di Analisi del film. Alcuni versi di Césaire, poeta della negritudine, risaltavano invece in fondo ad un’altra aula del dipartimento di lingue straniere di una delle istituzioni universitarie più bianche ed elitarie dell’intera Europa occidentale.
Ricordo che nel 2011 si festeggiò il centocinquantesimo anniversario della fondazione del liceo. Fu un momento importante, al quale parteciparono le autorità e i poteri economici di una città  ancora in crisi, ma che si stava preparando a trasformazioni inimmaginabili. Parteciparono ovviamente anche molti ex studenti, poi diventati docenti universitari, professionisti, presidenti di Ordini o corporazioni, deputati o senatori. La giornata prevedeva l’alternarsi di interventi istituzionali, storie a lieto fine di studenti che hanno trovato la loro strada oltreoceano o che sono finiti, dopo lunghi anni di militanza nella Democrazia Cristiana, a presiedere la Camera dei Deputati. Mi rimane impresso ancora oggi un passaggio del discorso della dirigente scolastica, di cui purtroppo non conservo registrazioni o trascrizioni. Quel liceo era, a suoi dire, il liceo « della classe dirigente della città », il liceo frequentato da « dirigenti, professionisti, medici, docenti universitari, deputati ». Ricordo nitidamente quella formula: il liceo della classe dirigente della città. Fui colpito da quelle parole: mi chiesi che cosa ne sarebbe stato di tutti coloro che non erano (o non sarebbero) stati parte della « classe dirigente della città ». Senz’altro capii una cosa: non meritavano di essere evocati nei discorsi ufficiali.
Il liceo non era considerato come un luogo di formazione o, per gli affezionati alle ritualità repubblicane, come lo spazio in cui dare compimento all’articolo 34 della Costituzione. La funzione del liceo era un’altra: produrre una classe dirigente. Fornire alla città i suoi decisori politici, i suoi professionisti, gli attori del suo tessuto economico. Produrre, dico, ma il vero più opportuno sarebbe forse « riprodurre »: perché l’élite locale, di Bologna come di decine d’altre città italiane, è sempre uguale a se stessa. Cambiano i nomi, a volte si scambiano i ruoli, ma i cognomi sulle targhe degli studi di professionisti sono sempre gli stessi. E simili sono i cognomi di chi ricopre incarichi negli ordini, nelle corporazioni, nelle associazioni di categoria, nei consigli di amministrazione. La dirigente scolastica, nel suo discorso celebrativo ed esageratamente retorico, si faceva così garante delle dinamiche di riproduzione sociale che reggevano la città da decenni, dichiarando senza perifrasi come quello fosse il liceo dei ricchi. E avrebbe continuato, orgogliosamente, ad esserlo.
L’esempio del centocinquantesimo anniversario della fondazione del Regio Liceo non è che la testimonianza più nitida di una lunga tradizione di riproduzione sociale che si esprime in tanti modi, fra le mura di una scuola pubblica. Ci sono i premi indetti dal Rotary e dal Lions Club per gli studenti meritevoli del liceo; ci sono le collaborazioni e le aperture frequenti a sponsor come banche e grandi imprese della città e del suo ricco territorio; ci sono i percorsi di orientamento e di apertura al mondo del lavoro che si focalizzano sulla « spendibilità » delle proprie competenze nell’ambito dell’impresa; ci sono i workshop di educazione finanziaria tenuti dai facilitatori di un istituto bancario. Se un tempo era solo il liceo classico ad essere considerato come la scuola per ricchi, quella a cui andavano necessariamente i figli della borghesia, ora le cose sono cambiate perché il capitalismo è sempre più internazionale e alla cultura scientifica viene dato un peso più rilevante. E così, negli ultimi anni, il liceo è cambiato profondamente: da liceo classico « tradizionale » a liceo sperimentale, scientifico, linguistico, dove hanno aperto sezioni pionieristiche con un profilo internazionale, francese, inglese, tedesco o una sezione di liceo classico ad indirizzo « biomedico » (per preparare, fin dai primissimi anni del ginnasio, al grande scoglio del test d’accesso alla facoltà di Medicina). Non siamo più nel vecchio, bigio liceo classico di cui parlava Enrico Brizzi in un suo romanzo degli anni Novanta. Ma in un liceo competitivo, che si vuole internazionale, aperto al mondo dell’impresa (e la Buona scuola di Renzi, con la sua alternanza scuola/lavoro obbligatoria, ha senz’altro facilitato le cose), capace di fornire ai propri studenti un capitale significativo di contatti, competenze e legami con il mondo imprenditoriale e finanziario.
Gli open day sono un momento cruciale dell’anno scolastico, i giorni in cui i licei aprono le proprie porte per vendersi nel modo più efficace a possibili futuri studenti, che diventano quasi clienti da convincere. Nel corso degli open day, si rimarcano le differenze con gli altri licei della città e si spiega perché il liceo in questione è in assoluto il migliore, in una competizione fra strutture educative pubbliche che contribuisce solamente ad acuire le differenze sociali e geografiche, già molto pesanti, anche in una regione che si vuole ricca ed efficiente come l’Emilia-Romagna.
Il greco e il latino del vecchio liceo classico, come è stato detto da alcuni nel corso di una presentazione, possono diventare strumenti da utilizzare in una « pugna della vita »(cit.) dai riflessi pericolosamente darwiniani.
Le materie scientifiche (la scuola da anni rilascia anche le certificazioni IGCSE) sono oggetto di approfondimento e di uno studio prevalentemente finalizzato a « preparare i test universitari ». La scuola superiore, del resto, sembra essere sempre più concepita in funzione di un’università a sua volta escludente e non aperta a tutti, in particolare per alcune facoltà tecnico-scientifiche.
Le lingue straniere (la scuola rilascia diplomi francesi e tedeschi al termine dei cinque anni del percorso educativo) possono essere utilizzate nel mondo del lavoro e aprire a percorsi di vita e di studio all’estero. Percorsi di vita e di studio che sono però possibili soltanto per gli alunni ricchi, visti i costi insostenibili delle università anglo-americane.
Nel 2018, uno di questi licei, il classico Visconti di Roma, ha messo nero su bianco, in un documento ufficiale, i caratteri della sua composizione sociale, evidenziando come:
« Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente »
Se queste due frasi, essenziali e limpide, possono apparirci come violente, la verità è che non fanno altro che descrivere la realtà di decine e decine di licei classici (e non solo classici) d’Italia. Scuole pubbliche dove non c’è spazio per la differenza, per gli stranieri, per i disabili; dove chi proviene da famiglie non borghesi è vittima di meccanismi e violenze simboliche legate a dinamiche di classe.

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Negli ultimi anni ci è stato detto in tanti modi, a volte con toni orrendamente retorici, che il liceo classico è un liceo egualitario, un vero e proprio « ascensore sociale » che premia sempre i « meritevoli » (come se il merito non dipendesse dalla classe sociale di appartenenza e dal capitale culturale che si possiede) e può finanche scardinare la società di classe.
Fini grecisti o linguisti affermati, filosofe e rappresentanti politici hanno difeso strenuamente la sopravvivenza del liceo classico e della cultura che esso rappresenta. Ma classico o non classico, quale spazio c’è in questo preciso modello di scuola per i subalterni? Quale spazio per i figli delle classi popolari? Nella città neoliberista, dominata dai poteri supplenti, i licei diventano prima di tutto luoghi di riproduzione sociale e, di riflesso, spazi in cui si pratica l’esclusione.
Forse occorre ripensare nella sua globalità il sistema educativo delle superiori e capire che il solo liceo che valga la pena difendere non è quello che forma « cittadini esemplari » e futuri ingranaggi del sistema capitalistico, ma piuttosto quello che dà spazio a tutte le soggettività e che cerca di costruire, sebbene in uno spazio che è forzatamente quello istituzionale, un discorso critico e alternativo al neoliberismo.

 

Il liceo Galvani a Bologna

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