Diplomazia italiana con l'Eritrea: sulla pelle dei migranti?

Article en italien. En phase avec les institutions européennes qui relancent l'externalisation comme mesure phare de la politique en matière d'immigration, l'Italie négocie avec les principaux pays d'origine des migrants qui arrivent sur son territoire. S'inspirant de l'accord avec la Libye de Kadhafi, l'Italie ouvre le dialogue avec Asmara, au mépris des milliers d'exilés qui quittent l'Erythrée en espérant trouver refuge en Europe, et en contradiction totale avec le récent rapport ONU qui accuse le régime d'Afewarky de crimes contre l'humanité. 

Article en italien. En phase avec les institutions européennes qui relancent l'externalisation comme mesure phare de la politique en matière d'immigration, l'Italie négocie avec les principaux pays d'origine des migrants qui arrivent sur son territoire. S'inspirant de l'accord avec la Libye de Kadhafi, l'Italie ouvre le dialogue avec Asmara, au mépris des milliers d'exilés qui quittent l'Erythrée en espérant trouver refuge en Europe, et en contradiction totale avec le récent rapport ONU qui accuse le régime d'Afewarky de crimes contre l'humanité. 

version française (par migreurop) Diplomatie italienne avec l'Erythrée : sur le dos des migrants ?

Le conclusioni del consiglio JAI del 20 luglio, in occasione del quale i ministri europei hanno fallito per l'ennesima volta nel trovare un accordo per la « redistribuzione » di 40 000 richiedenti asilo, ribadiscono il solo punto di accordo della diplomazia europea : «  una politica attiva, globale e geograficamente equilibrata dell'UE in materia di migrazione esterna ». Un eufemismo per parlare di collaborazione con i paesi di origine dei migranti per bloccarne le partenze, con quelli di transito per impedirne l'accesso al territorio europeo. Si fa infatti riferimento esplicito alla strumentalizzazione dei fondi allo sviluppo che saranno erogati solo in caso di collaborazione nell'ambito della migrazione. Niente di nuovo per l'agenda europea, che da una decina di anni esternalizza la politica del controllo e dell'asilo ai paesi limitrofi nell'abito di accordi multilaterali o bilaterali o di processi quali quello di Rabat e Khartoum.

Se la diplomazia europea ha spesso fallito o prolungato nel tempo le trattative diplomatiche per la firma di accordi di riammissione o collaborazione, quelli firmati dagli Stati Membri in forma bilaterale – nella più totale opacità e condizionalità - sono sono stati spesso più rapidi.

Esempio di diplomazia tristemente efferrata in questo campo é quella italiana. Nel corso degli anni é riuscita a firmare accordi duraturi con i principali paesi di origine o transito dei migranti che sbarcano sul suo territorio : dall'accordo Italia-Egitto sulla base del quale centinaia di egiziani sono stati respinti dopo meno di 24 ore dal loro arrivo sulle coste italiane a quello storico tra Italia e la Tunisia di Ben Ali che prevedeva quote di lavoratori nel decreto flussi in cambio della possibilità di espellere rapidamente i tunisini. L'esempio più significativo della modalità di accordo nell'ambito della migrazione che l'Italia ha firmato é sicuramente quello, dell'agosto del 2008 tra Berlusconi e Gheddafy. Tenuto segreto senza alcun dibattito parlamentare é stato diffuso solo in seguito dalla stampa, l'accordo impegnava la Libia nel controllo delle sue coste e della sua frontiera meridionale in cambio di 5 miliardi di euro e una più generica riabilitazione della dittatura libica nella diplomazia internazionale. Sebbene la crisi libica abbia dimostrato come, una volta caduto il regime di turno, il problema riemerga ancora più esacerbato, il modello di questo accordo é stato riprodotto nelle più recenti relazioni bilaterali italiane nell'ambito della migrazione. Dal 2014 terreno privilegiato delle relazioni sembra diventato il Corno d’Africa, come se le politiche di esternalizzazione seguissero le antiche logiche della storia coloniale.

Ed è partendo dalla storia di dipendenza di questi paesi con l'Italia che si sono basati i primi contatti con il regime di Asmara, cosi come fu per la Libia, dichiarando una volontà di voltare pagina da un lato seppur mantenendo un ruolo attivo nelle ex colonie. Lapo Pistelli, attuale Vice Presidente del colosso del Petrolio Italiano ENI e allora vice ministro degli affari esteri, si è recato in Eritrea nel luglio 2014,dopo 17 anni di assenza del Governo Italiano, annunciando ad Isaias Afewarky la volontà italiana di rilanciare le relazioni bilaterali con l'Eritrea per « reinserirla quale attore responsabile e fondamentale della comunità internazionale nelle dinamiche di stabilizzazione regionale ». Sembra importare poco que da questo stesso paese migliaia di profughi fuggano ogni anno trovando rifugio in Europea, spesso, proprio in Italia. Nella stessa logica il regime eritreo é invitato, nel novembre del 2014 , all'incontro organizzato dalla Presidenza Italiana della Ue, per « gestire i flussi di migranti in provenienza dal Corno d'Africa », meglio conosciuto come « Processo di Khartoum ». La tendenza europea di utilizzare fondi destinati allo sviluppo per politiche di gestione della migrazione e la presa di coscienza che la popolazione eritrea é una delle nazionalità più presenti nei recenti sbarchi – 37 000 solo nel 2014 – hanno implementato la corsa alla trattativa con il Regime. L'Unione Europea ha annunciato un pacchetto di fondi allo sviluppo da 312 milioni di euro, altri 2,5 milioni sarebbero offerti direttamente dall'Italia., triplicando quelli erogati nel 2007, con la chiara intenzione di bloccare l'esodo degli eritrei bloccando il paese. Oltre a non essere dimostrata alcuna connessione reale tra aumento dello sviluppo e volontà di sedentarità di un popolo, l'Eritrea già nel 2011 aveva bloccato ogni dialogo con la UE non giustificando in nessun mondo l'utilizzo dei fondi ricevuti. Attivisti eritrei ed italiani hanno lanciato una petizione che chiede di « vincolare » i fondi al rispetto delle libertà fondamentali e l'avvio di vere riforme democratiche, cosa che l'UE non si é preoccupata di fare, limitandosi a chiedere la presenza di osservatori internazionali nel paese.

Sempre nella volontà di bloccare un esodo e negare quindi una dittatura, funzionari di Norvegia e Inghilterra hanno organizzato delegazioni in Eritrea per constatare le condizioni del paese ed eventualmente trattare per il rimpatrio degli eritrei presenti sul territorio. Frutto di queste visite, due documenti del Governo Britannico che ricordano che «  il servizio militare in Eritrea non rappresenterebbe una persecuzione ne un trattamento degradante e che coloro che rifiutano di intraprendere il servizio militare non sono visti in Eritrea come traditori o oppositori politici e di conseguenza è improbabile che queste persone vengano arrestate al loro ritorno ».  L'Italia avrebbe seguito le orme di Norvegia ed Inghilterra rendendosi ad Asmara, secondo fonti del giornale inglese The Guardian

La diplomazia europea ed italiana che tratta con il regime di Afewarky sembrano non considerare, nell'apertura del dialogo con Asmara, che propio in questi giorni, in sede ONU, si denuncia l'Eritrea per crimini contro l'umanità. Secondo i Commissari Onu il governo eritreo non solo si é macchiato di crimini obbligando un'intera popolazione al servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato e negando qualsiasi forma di espressione libera, ma ha creato un clima di terrore. Non a caso, se sopravissuti alla traversata del mare, del deserto e alle sevizie nelle carceri libiche attraverso cui devono passare per raggiungere l'Europa, gli eritrei ottengono quasi sistematicamente una forma di protezione internazionale.

L'Associazione ARCI é membro della rete Migreurop.

ARCI, nel quadro delle attività svolte con le reti europee e mediterranee di cui fa parte, in risposta alle proposte  delle istituzioni italiane che, nella loro  politica estera e sull’immigrazione, vedono  la collaborazione con i  paesi di origine e transito come una soluzione per espellere e bloccare i migranti, lancia il progetto «Monitoraggio delle politiche italiane di esternalizzazione».

 


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