Euripide a Torino

Attorno all'Allestimento per Ecuba, scritto da Elena Griseri e Francesco Scarrone. Senza trucchi, e con un umorismo barocco, mescolando fantasia e ironia, i due autori testimoniano che l’ispirazione non basta alla creazione letteraria o teatrale. Che, invece, è opera d’artigianato, concreta e materiale.

L'Allestimento per Ecuba, Elena Griseri & Francesco Scarrone © Voglino Editrice, Torino, 2021 L'Allestimento per Ecuba, Elena Griseri & Francesco Scarrone © Voglino Editrice, Torino, 2021
I lettori apprezzeranno la recente edizione del libro scritto da Elena Griseri e Francesco Scarrone, L’Allestimento per Ecuba. Questo testo, riccamente illustrato dagli schizzi di Elena Griseri, è pubblicato dalla Voglino. L’audace e appassionata casa editrice torinese che ha pubblicato Anni di rame di Erri de Luca, sempre attenta ai testi moderni e di qualità, che vanno dalla poesia al teatro, dalla didattica alla musica.

L’allestimento per Ecuba è l’opera di due autori piemontesi originari di Mondovì. Elena Griseri e Francesco Scarrone. La Griseri è attrice, regista e insegnante di teatro e lettura espressiva. Francesco Scarrone è sceneggiatore, romanziere e drammaturgo.

Il duo Griseri-Scarrone riesce nella difficile scommessa di rivisitare l’Ecuba di Euripide in due atti. La prima parte si apre sul problema della messa in scena dell’opera da parte della stessa Griseri, personaggio principale del primo atto. Corre il pensiero a Lost in La Mancha (2002), il film di Terry Gilliam sull’impossibilità di realizzare il suo Don Quichotte, incarnato da un Jean Rochefort afflitto da una doppia ernia del disco. Come Gilliam, Griseri e Scarrone ci spalancano la porta della creazione artistica svelando tutto il dolore, le difficoltà e i fallimenti che contiene.

Senza trucchi, e con un umorismo barocco, mescolando fantasia e ironia, i due autori testimoniano che l’ispirazione non basta alla creazione letteraria o teatrale. Che, invece, è opera d’artigianato, concreta e materiale, che consiste, per esempio, nell’andare alla ricerca di Fabio, attore ideale per il ruolo di Ulisse, sin dentro un fast food di Torino dove, la passata la quarantina, si sfianca a servire hamburger ad adolescenti brufolosi mentre il suo collega Lorenzo, anch’esso attore- e che attore!-,  frigge patatine per pagarsi l’affitto e parla con uno marcato accento toscano. Tranne quando recita: “Perché è toscano, lui. Quando recita non te ne rendi conto, è molto bravo, ha una dizione perfetta, ma quando parla normalmente, parla così. Potrà vivere mille anni a Torino, e sempre così parlerà.”

Perché questo è esattamente quello che permette di fare l’arte: uscire dal proprio ordinario e diventare improvvisamente ciò che non siamo. Lo spirito di Looking for Richard (1996) pare planare su questo testo. Condivide, con il bellissimo film shakespeariano di Al Pacino, il gusto dello spettacolo, ma anche quell’arte, così difficile e rara, di riuscire a rendere l’erudizione accessibile e godibile al tempo stesso. Perché fare l’Ecuba? si domanda d’improvviso l’attrice. Perché s’ha da fare, perché è un ruolo impegnativo come piace agli attori, e anche… “ (…) perché è una storia magnifica che tocca temi universali, sempre di attualità. Come la guerra, che quella, purtroppo, non passa mai di moda. Parla di vecchiaia, della perdita, della sete di vendetta. Parla della caduta di questo personaggio, prima regina, poi schiava, che ha perso tutto quel che possedeva, suo marito, i suoi figli, riuscite a immaginare quanto dolore?”

Ed è a Francesco Scarrone, che la Griseri domanda di riscrivere l’Ecuba. Francesco Scarrone che lavora in un museo di giorno e scrive di notte. Francesco Scarrone, l’autore di Dublino 90, scrittore italiano impregnato di derisione irlandese; figlio illegittimo di Fellini, Joyce e Marx. Groucho, Marx. Che un giorno mi confidò: “Quando sono tornato dall’Irlanda mi son reso conto che noi in Italia non siamo dei veri cattolici.

E lui non esita un istante a riscrivere L’Ecuba, e non per una questione di soldi! È che ha bisogno, un bisogno vero, fisico, di scrivere: “I soldi non li voglio! Io ho bisogno di scrivere, se non scrivo, mi sento male.” Se non mette le parole sulla carta, Francesco, si gratta sino a farsi sanguinare, fino a supplicare Elena: “Mi prude dappertutto! Fammi scrivere!”. Per questo, Francesco Scarrone verrà pagato in pubblicità. Spot pubblicitari interrompono il testo proponendo i suoi servigi gratuiti di scrittore: qualsiasi cosa abbiate da scrivere: numeri di telefono, liste della spesa, ricette della nonna, qualsiasi cosa! L’importante è non grattarsi.

Anche Elena Griseri è affetta da tremendi pruriti quando non recita. Lei che ha provato a lavorare in un ufficio sino a prenderne i capelli, lei che sa quanto difficile sia, per un animo creativo, essere ingoiato da un quotidiano in cui il lavoro ti permette, sì, di vivere, ma uccidendoti, però, a poco a poco. Si ricorda le parole di sua zia, Elena, la sorella di sua nonna, amante di Picasso e di Dalì, che ponendole una mano sulla fronte le diceva: “E’ vero, scotti, hai la febbre! È una brutta malattia la fantasia!”

"Ecuba" - Polissena - studi, Elena Griseri © L'Allestimento per Ecuba, Voglino, 2021 "Ecuba" - Polissena - studi, Elena Griseri © L'Allestimento per Ecuba, Voglino, 2021
Il primo atto, poi, è arricchito da estratti dell’Ecuba: Ecuba- sposa di Priamo, Re di Troia- che aveva un tempo salvato la vita a Ulisse, non denunciandolo, dopo averlo sorpreso in città. Ecuba, Regina decaduta, tradita oggi da Ulisse stesso, quando prigioniera e schiava degli Achei, egli viene ad annunciarle che dovrà accettare il sacrificio di sua figlia Polissena. Ecuba che ha perso tutti i suoi figli, sino a Polidoro, ucciso da colui che su di lui avrebbe dovuto vegliare, il re della Tracia Polimestore. Ecuba, divorata dal desiderio di vendetta. Ecuba, che folle, vuol far soffrire Polimestore ben oltre la morte.

Voglio togliere a Polimestore qualcosa più della vita (…) La morte non è sufficiente, la morte è pietosa.”

Nel secondo atto, Per Ecuba (o il banchetto dei morti), Francesco Scarrone riscrive l’opera di Euripide, introducendo un nuovo elemento alla tragedia, inserendovi un seme di pietas cristiana in nuce, il senso della compassione. Una compassione più pratica che morale: “La coscienza, o al meno il pensiero, che la vendetta non è in grado di concedere pace ad un’anima ferita, ma che, al contrario, non può che alimentare un vortice di odio.”

Ma come cancellare il concetto di vendetta e sostituirlo con quello di perdono senza snaturare l’opera” si interroga Scarrone. È a questo obiettivo che si consacra, con stile, offrendo al lettore degli eleganti passaggi linguistici, come questa meravigliosa quanto terribile risposta che lo spettro di Polidoro dà a sua madre che lo crede ancora in vita e lo invita ad uscir dall’ombra: “Madre, non posso uscir dall’ombra perché ombra io sono.”

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